Il linguaggio dei fischietti di Antia

Era già notte. Le ultime gocce di luce erano ormai lontane e alla mezzanotte seguivano ore ben più buie e tormentate. L’assordante silenzio cominciava a diventare qualcosa di più che preoccupante, una sensazione senza nome, come quelle che acuiscono la vista, fanno crescere l’udito e mettono in allerta tutti i sensi, anche quando il nulla assoluto la fa da padrone. La tensione si traduceva in un’alta temperatura corporea, nonostante fosse una fredda notte di metà dicembre nel gelido canyon di Vanrk.

Il primo fischio squarciò il silenzio, come un tuono squarcia il cielo notturno. Si è alzato e ha quasi perso il passo, accanto alla rupe, inghiottito dalla fitta oscurità. La pelle d’oca gli partiva dalla testa, scendeva lungo la spina dorsale e finiva alla base dei piedi, come se l’energia cosmica avesse sfiorato la sua stessa esistenza. Non passarono che pochi secondi, prima che il brivido lasciasse il posto al più grande sorriso che il suo cuore aveva permesso di disegnare sul suo volto, da quando tutto era iniziato. Il “Fischiatore” era arrivato.

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